Puglia: prostituzione, segregazione e riduzione a schiavitù di minorenni in un campo rom: sei arresti

A Foggia, sono stati sottoposti a fermo sei nomadi rumeni che vivono nel campo di via San Severo in quanto responsabili di aver sequestrato e fatto prostituire tre ragazze minorenni, anch’esse di origini rumene,  e di averle ridotte in stato di servitù. I provvedimenti sono stati emessi dalla Direzione Distrettuale di Bari e dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minori di Bari.

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I sei appartengono allo stesso nucleo familiare e si tratta di Costache Febronel, classe ‘71, detto “Bal Parno”, Chiriac Poenita, classe ’72, alias “Poiana”, (compagna del Costache Febronel e matrigna di S.D., minorenne), Iovanut Mariana Raluca, classe ’91, Costache Solomon, classe ’92, detto “Solomon”(figlio di Poiana e Febronel), ed S.D. e D.I. (minorenni, figli di Costache Febronel e Chiriac Poenita).  Tutto è iniziato dalla fuga dal campo rom, di una delle tre ragazze minorenni, la notte del 03 settembre scorso. La ragazza  era riuscita a fuggire dopo essere stata selvaggiamente pestata con calci, pugni, schiaffi e cinghiate, sferrati in ogni parte del corpo, sulla faccia, sulla pancia e dietro la schiena, nonché trascinata per i capelli, facendola strisciare per terra, all’interno della baracca nella quale veniva segregata. A praticarle tale violenza sarebbe stato S.D., uno dei minori della famiglia criminale. Dopo la fuga, la ragazza ha chiesto aiuto ad alcune persone italiane che hanno subito chiamato la Polizia.

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In seguito alla indagini,si è scoperto che le ragazze segregate appartenevano tutte a nuclei di famiglie disagiate, per cui venivano tratte nel campo con l’inganno e poi segregate all’interno di alcune baracche e chiuse dall’esterno con catena e lucchetto. Periodicamente venivano picchiate brutalmente per costringerle a prostituirsi. E’ stato accertato, infatti, che nessuna delle vittime poteva scappare dal campo, essendo controllata 24 ore al giorno, sia durante la permanenza nel campo attraverso la segregazione nelle baracche, sia durante gli spostamenti dalla baracca, che avvenivano sotto il diretto controllo degli uomini del gruppo criminale e delle donne, fino alla SS 16 (direzione Lucera, posto a circa duecento metri dallo svincolo per Via San Severo), in cui erano costrette a prostituirsi, dopo essere state accompagnate in automobile dagli indagati fermati. Gli arrestati ponevano in essere le loro condotte non solo con il costante e brutale impiego della violenza e delle minacce, ma anche approfittando delle condizioni di inferiorità fisica e psichica delle vittime connesse alla loro minore età ed alla loro condizione di cittadine straniere, sole sul territorio italiano e prive di qualcuno che reclamasse la loro scomparsa e per di più senza mezzi ( è stato accertato che i fermati, una volta condotte le minori nel campo, le privavano dei telefoni cellulari e dei documenti).

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Quanto ai ruoli rivestiti dagli indagati sottoposti a decreto di fermo, si precisa che C. F., detto “Bal Parno”, rivestiva il ruolo di capo famiglia, posto in posizione di supremazia rispetto ai restanti membri del gruppo criminale, ed è colui che, dopo aver concorso nella riduzione in schiavitù delle vittime materialmente operato dai figli, garantiva il mantenimento di siffatto status, controllando che le stesse, gestite direttamente dai suoi figli C. S., S. D. e D.I., fossero piegate al loro volere (e dunque mantenute in stato di schiavitù), attraverso una serie continuativa di aggressioni fisiche, deprivazioni e segregazioni all’interno delle baracche, cui assisteva con assoluta indifferenza. C. F. raccoglieva, unitamente alla sua compagna, C. P., detta “Poiana” e per il tramite dei figli, almeno la metà dei proventi della attività di prostituzione che le minori erano costrette a praticare, organizzando al dettaglio l’attività di prostituzione e fornendo alle vittime i preservativi da utilizzare durante l’attività di meretricio e conducendole, da solo o unitamente ai propri figli, sulla S.S.16, con direzione Lucera, dove controllava che si prostituissero permanendo sul posto con continui passaggi in automobile. C. P., detta “Poiana”, compagna di Febronel, è stato accertato essere colei che riscuoteva in prima persona, anche per conto del capo famiglia, o direttamente dai coindagati o dalle minori vittime, metà del corrispettivo della attività di prostituzione, nonché colei che garantiva la prosecuzione della loro attività anche in caso di controlli all’esterno da parte delle Forze dell’Ordine, circostanza in cui si presentava, anche grazie alla difficoltà di effettuare una precisa identificazione delle minori, quale “zia” delle ragazze mantenute in condizioni di soggezione continuativa per ottenere il loro “affidamento”, nonché esercitando un controllo stringente sulle stesse per evitare che potessero fuggire dal campo o parlare con qualcuno, assistendo alle ripetute e violente aggressioni fisiche perpetrate dal S. D. ai danni di una delle vittime, nonché fornendo loro i preservativi da utilizzare durante l’attività di prostituzione. C. S. figlio di C. F., unitamente a S. D. e D. I. (entrambi minori nei cui confronti si procede separatamente), esercitava sulle vittime poteri corrispondenti al diritto di proprietà, riducendole e mantenendole in stato di soggezione continuativa, fino ad azzerarne, attraverso l’impiego quotidiano della violenza e delle minacce, ogni capacità di autodeterminazione, riducendole al rango di “res”, facendole temere per la propria vita, nonché sottoponendole a continue deprivazioni e sofferenze fisiche e psichiche; conducendole sulla strada statale 16 dove controllavano che si prostituissero, permanendo sul posto con continui passaggi in automobile o nascondendosi dietro i cespugli; fornendo alle vittime i preservativi necessari ad esercitare l’attività di prostituzione alla quale erano costrette, nonché, C. S., intascando direttamente il denaro guadagnato dalla sua compagna I. M. R. con l’attività di prostituzione.

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L’altra fermata, I. M. R., si identifica in colei che, partecipando alle attività illecite del gruppo familiare, all’interno del quale si era inserita quale compagna di C. S., assisteva a tutte le condotte illecite commesse in danno delle vittime senza intervenire in loro aiuto, controllandole durante l’attività di prostituzione, nonché acquistando, unitamente a C. P., detta “Poiana” i preservativi da fornire alle vittime. I. M. R., inoltre, si identifica in colei che, a sua volta, si era occupata della segregazione dell’altra minore, ridotta in schiavitù e costretta a prostituirsi in precedenza e come accaduto all’altra minore dalla quale sono partite le indagini in data 03.09.2018; tale indagata, tra l’altro, costringeva la vittima fuggita dal campo la sera del 03.09.2018 a prostituirsi fino al settimo mese di gestazione, e proponeva agli altri fermati la possibilità di vendere il nascituro ad un soggetto da lei conosciuto per la somma di 28.000 euro. Le indagini consentivano di accertare come fosse prassi consolidata quella di costringere le minori a prostituirsi anche durante la gravidanza e, davanti al rifiuto opposto dalle vittime, le stesse venivano percosse senza pietà dai rispettivi fermati preposti al loro controllo. I decreti di fermo sono stati eseguiti congiuntamente dalla Procura della Repubblica di Bari- D.D.A. e dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Bari, essendo due dei fermati minorenni. Le indagini svolte nei confronti dei predetti hanno dimostrato che si tratta di due fratelli del medesimo nucleo, la cui condotta, a dispetto della minore età, si è caratterizzata per la ferocia e la violenza adoperate nei confronti delle vittime, del cui stato di schiavitù entrambi rispondevano direttamente al capo famiglia. Le due Procure della Repubblica hanno agito in sinergia, in considerazione della gravità dei fatti reato e del pericolo connesso alla vulnerabilità delle vittime, elementi, questi, che hanno indotto gli inquirenti a svolgere indagini “lampo”, anche per prevenire il rischio “fuga” da parte dei fermati.
Le condotte dei fermati sono connotate da allarmante gravità, attesa la loro efferatezza ed il disprezzo per la vita umana dimostrati dagli indagati, soprattutto in danno di giovani vittime minorenni e dei nascituri che portavano in grembo; gli stessi hanno, pertanto, dimostrato una totale indifferenza per le condizioni di particolare fragilità delle vittime e di non possedere il benché minimo sentimento di pietà verso le stesse.
Decisivo, ai fini delle indagini, è risultato il contributo delle vittime reso attraverso le loro dichiarazioni.

I fermati si trovano ristretti in stato di custodia cautelare, rispettivamente, presso il Carcere di Foggia e presso il C.P.A. dell’Istituto Penale per i Minorenni di Bari.
Quella di oggi costituisce una delle prime e più importanti operazioni della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari in materia di riduzione e mantenimento in stato di schiavitù e di sequestro di persona consumati ai danni di giovani minorenni da destinare al mercato della prostituzione, nonché segna l’inizio di una serie di attività finalizzate al contrasto di un fenomeno tragicamente allarmante e dilagante.

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